Carlo Molteni: trasformiamo l’arena in uno spazio per il pensiero

1 Ottobre 2026
5 mins read

L’IMPRESA QUOTIDIANA di Carlo Molteni

Ho usato un passo lento, quasi misurato, per avvicinarmi. Mi apprestavo a visitare un raduno di camion in provincia di Monza e della Brianza che affonda le sue radici oltre trent’anni fa. Mancavo da tempo ed ero curioso di verificare come i mutamenti del nostro settore potessero aver inciso su questa realtà. Ricordavo i fasti di allora con la presenza della televisione nazionale, dibattiti a tema (allora in verità l’informazione non era così efficace come quella di oggi), case produttrici che non volevano mancare, diversi fornitori di servizi, una opportuna presenza di veicoli storici, la fondamentale presenza delle forze dell’ordine con i loro acuti suggerimenti e con l’orgoglio della divisa in primo piano. E poi una folla di curiosi che potevano finalmente vedere da vicino quei veicoli (l’uso della parola “bestioni” odora ancor oggi di dispregiativo) e rendersi conto che alla loro guida c’erano operatori capaci, coscienti e professionali, ben distanti da quelle figure romanzate che esponevano nell’abitacolo calendari di dubbio gusto. E l’interagire tra persone, spesso accompagnate da figli piccoli, e autisti creava un microcosmo di empatia che permetteva di approfondire un poco la conoscenza di un mondo che altrimenti sarebbe rimasto incatenato tra sfide stradali sull’ingombro di una carreggiata.

Questo era. E forse ho usato un passo lento nell’avvicinarmi perché immaginavo che il cambiamento potesse non piacermi. E così è stato. Mi sono trovato di fronte una serie di proprietari la cui unica ragione nel partecipare era dimostrare la muscolarità della propria azienda. Se qualcuno occupava postazioni per cinque veicoli ecco pronto un concorrente ad occuparne dieci e un altro quindici. Ma ancora: ognuno alzava la propria gru il più in alto possibile, come a dimostrare in una sorta di machismo sostanza e durevolezza. Era un Colosseo di provincia dove gli “sfidanti” si mettevano in mostra arrogandosi una prepotenza fine a sé stessa. Poco dopo ho lasciato questo “ring” deluso, evitandomi tra l’altro la gara di bevitori di birra con tanto di pin up alla premiazione. Abbandonata questa piazza e accompagnato da un leggero sentimento di sconforto ho iniziato a pormi delle domande sulla titolarità della nostra categoria. A dire il vero, sono domande che mi accompagnano da anni e per usare una metafora ciclistica è come se mi “succhiassero la ruota” da sempre.

Quella che segue è un’analisi che non pretende di diffondere verità inattaccabili, anzi, vorrebbe dare il via ad un dibattito dove ognuno possa portare il proprio contributo. Una delle domande che mi frulla in testa è questa: ma se aziende, non dico strutturate, ma di dimensioni medie diciamo, 10- 20 veicoli per intenderci, considerano ancora indispensabile curare la “bellezza fine a sé stessa” dei propri veicoli e ritengono più importante collocare luci a led sopra la cabina piuttosto che scegliere un percorso di formazione per i loro autisti, forse di passi avanti in questi anni ne sono stati fatti pochi. Con questo non voglio dire che la cura del mezzo è trascurabile, tutt’altro, ma se questa incide sulla tara del veicolo (e sei pagato a peso) oppure impatta in maniera spropositata sul prezzo di acquisto – perché gli accessori sono molto costosi – forse qualcosa non torna. Sostenibilità, connettività, formazione e professionalità sono temi oscuri al mondo che ho visitato. Imprenditori proprietari di veicoli che incespicano con l’italiano, si disinteressano delle normative, frequentano magari qualche “trucco” e l’unica “Ave Maria” è il lamento, dimenticano forse che nella loro veste, di imprenditori appunto, dovrebbero essere portatori di qualche soluzione. Ricordiamoci che chi possiede fino a 20 veicoli costituisce, più o meno, oltre il 75 per cento dell’autotrasporto italiano.

Cerchiamo di essere proattivi verso il nostro mondo e a farci una domanda: “Cosa possiamo suggerire per migliorare la situazione?” Il Prof. Paolo Volta di concerto con la figlia Giorgia scrive nel suo ultimo libro “Trasportare merci: l’uomo al centro del trasporto sostenibile”: “Agire dall’interno significa creare un’etica, significa modificare la propria visione del mondo e del nostro esserci. Certo è un richiamo alla responsabilità ma non solo: è cogliere un’opportunità trasformativa per una vita migliore”. In queste poche righe troviamo la somma dei nostri impegni: etica, visione e responsabilità. Potremmo farne il nostro paradigma. Il tema della responsabilità la leggo anche come un dovere nel proporre soluzioni: piccole, grandi, macroeconomiche, di giurisdizione o di normativa, qualcosa insomma, ognuno nell’ambito delle proprie capacità, delle proprie attitudini, del proprio impegno. Proviamoci. L’8 e il 9 di ottobre a Roma si svolgeranno gli “Stati Generali dell’Autotrasporto”. Istituzioni, associazioni di categoria e rappresentanti del comparto affronteranno in modo organico le principali criticità dell’autotrasporto italiano per definire i possibili interventi normativi e le prospettive future del settore. I temi sono quattro: Regolarità e ruolo del Comitato Centrale; Competitività dell’autotrasporto; Politiche europee; Interventi per l’occupazione e il lavoro.

Ops! Mi sembra un’occasione! Sono tematiche di straordinaria importanza e fin da ora vogliamo sollecitare i rappresentati delle associazioni di categoria (in particolar modo gli imprenditori presenti in esse) di attuare il massimo impegno, la massima professionalità di cui sono capaci, magari ascoltando in maniera preventiva la base; e parlo di quegli imprenditori avveduti, che fanno controllo di gestione, che conoscono i numeri della propria azienda, che fanno formazione; a mio avviso sono i più attendibili in termini di analisi strutturale. Oltre a questo proviamo a lanciare delle proposte che possano essere argomento di discussione. E parlo alle micro- piccole-medie imprese, perché le flotte già sono autonome nello sviluppo della propria policy aziendale. Fino al 2005, se ricordo bene, esistevano gli “accordi di settore”; perché non ripristinarli sotto altra forma? Gli accordi di settore, per fare un breve richiamo a beneficio dei più giovani, erano degli accordi stipulati in alcuni comparti specifici tra i rappresentati di una certa imprenditoria e le associazioni di trasporto più rappresentative. Li elenco per facilitarne la comprensione: Barbabietole, Bisarche, Chimico, Container, Leganti Idraulici, Petrolifero, Vetro. Questi settori mettevano in contatto diverse realtà tra loro e i rispettivi rappresentanti manifestavano le legittime aspirazioni della loro base trovandosi più e più volte fino alla definizione condivisa di un protocollo. Forse oggi alcuni non hanno più ragione di esistere. Mi risulta invece che Federchimica abbia mantenuto condivisione con il mondo dell’autotrasporto raggiungendo alcune volte magnifici risultati.

Ogni settore ha la propria specificità: perché non riattivare un dialogo spento da anni che avrebbe bisogno solo di un piccolo soffio per ripartire. Questo, a mio parere, aiuterebbe coloro i quali, nel loro specifico settore non sanno ancora come districarsi tra costi di gestione, costi del personale e dinamiche proprie di quell’ambito. Non si può e non si deve parlare di tariffe in questi contesti ma, porca miseria!, quanto ci sarebbe da fare. Si potrebbero disciplinare regole ad hoc per quel contesto, suggerire percorsi formativi, stilare white list di controllo e indicare quali potrebbero essere quei parametri minimi per poter accedere a contratti scritti duraturi (in aggiunta al D.Lgs 286/2005). I trasportatori si potrebbero incontrare all’interno delle loro associazioni formando delle sezioni specifiche di un certo settore, per poter discutere di problemi conosciuti e proporre soluzioni condivise e magari, come abbiamo già avuto modo di scrivere, stipulare azienda per azienda percorsi comuni per poter affrontare al meglio le sfide del mercato. Faccio un esempio e come tale va preso: il calcolo del fuel surcharge. Non può essere vero che ognuno dia pesi e valori diversi per ogni situazione nello stesso settore. Il 30 per cento del peso del costo del carburante per chi usa compressori di scarico si avvicina alla verità, ma perché troviamo sul mercato e soprattutto accettiamo valori diversi? In quel contesto di accordo di settore si potrebbe indicare un valore identico per tutti facendo in modo che la competizione si giochi ad armi pari. Questo articolo contiene proposte, ognuno potrebbe avere la propria, ma è solo scrivendo, parlando ed eventualmente collaborando alla soluzione che possiamo creare una categoria migliore. Perché gli Oscar per le lamentele sono già stati assegnati e noi oggi vorremmo che il Colosseo del quale parlavamo all’inizio smettesse di essere un palco di agitazione muscolare trasformandosi in un’arena di pensiero.

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