L’IMPRESA QUOTIDIANA di Carlo Molteni
Siamo attorno al 1810. I francesi governavano Roma e avevano rimosso Papa Pio VII dal potere temporale. Durante le esecuzioni pubbliche, che fossero tramite ghigliottina o impiccagione, il popolino romano aveva l’abitudine di portare i figli maschi ad assistere allo “spettacolo”. Quando il condannato veniva giustiziato, il padre tirava un violento ceffone al figlio. Quel gesto voleva essere un monito e imprimere un ricordo indelebile: “Guarda che fine fai se imbocchi una brutta via”. Mi chiedo se noi del mondo del trasporto quello schiaffo, alla fine di febbraio, lo abbiamo sentito. Di sicuro lo abbiamo ricevuto. Siamo in un periodo di difficoltà, quasi una tempesta perfetta, ma sono questi momenti di massima pressione che rendono possibili i cambiamenti. Navighiamo tra aumenti dei costi operativi, transizioni ecologiche imposte dall’alto, una carenza di autisti oramai strutturale e una burocrazia asfissiante: la conseguenza è che ci troviamo a governare aziende con margini sempre più ridotti. Fatichiamo, alcune volte troppo, altre senza ragione apparente, spesso senza riconoscimento. Chi ha vissuto negli Stati Uniti racconta che oltre oceano gli imprenditori sono visti come degli eroi. Per gli italiani gli eroi sono Falcone e Borsellino, il generale Dalla Chiesa, Salvo D’Acquisto e molti altri che hanno anteposto l’interesse collettivo alla propria esistenza. Il mondo del trasporto non mira così in alto, non aspira a questa eccellenza, ma chiede un giusto riconoscimento socio-economico, una collocazione adeguata nel contesto dell’economia italiana.
Proviamo ad analizzare assieme il settore, e iniziamo dalle micro-imprese. Ad oggi mi risulta che circa 600 cosiddetti “padroncini” abbiano deciso di uscire dal mercato approfittando degli incentivi statali. A mio parere sono 600 persone che hanno trovato il coraggio di smettere. Non l’hanno vista come una sconfitta, ma come una opportunità. Sono stati bravi nel leggere un futuro che si prospettava pieno di fatiche, di insidie e di scarse soddisfazioni economiche. Saliamo di grado. Conosco aziende che hanno in pancia 50/70 veicoli e subordinano la loro sopravvivenza al recupero finanziario delle accise sul gasolio. Pura follia imprenditoriale: quale futuro possono avere queste imprese? Con investimenti pari allo zero, costrette alla contrazione dei costi per sopravvivere? Che poi contrazione dei costi significa anche contratti di lavoro non rispettati, manutenzione all’osso, formazione dimenticata, tachigrafi ballerini e molto altro. Quanto ne valga la pena non saprei. Non posso pensare che questi imprenditori non se ne accorgano e non oso immaginare le ragioni per le quali invece continuano a perseverare in questo approccio.
La nostra categoria è di sicuro frammentata e alcune volte poco lucida. Forse esistono troppe micro e piccole aziende (e questo non è un male di per sé), il problema è che sono mal governate. Abbiamo ripetuto più volte su queste pagine l’importanza dell’essere ben consigliati. E non ci stanchiamo di continuare a farlo. L’impegno profuso nel far circolare i propri veicoli sul territorio, sia esso nazionale o internazionale, autorizza molti a considerarsi imprenditori. Eppure i due concetti non sono esattamente sovrapponibili. Se abbiamo una struttura logistica che ogni giorno riesce ad incastrare le innumerevoli variabili che si presentano – e parlo di carichi urgenti o annullati, esigenze particolari dei clienti, interruzioni di strade, incidenti, assenze improvvise di autisti – è bene essere consapevoli del fatto che stiamo gestendo solo una parte delle attività di una azienda di trasporto. Il lavoro nella sua completezza consiste nell’intercettare i tempi che cambiano, analizzare le nuove esigenze dei committenti, modellare la propria struttura in funzione di queste. Riusciamo a comprenderlo e a comportarci di conseguenza? E se non ne siamo capaci, cosa si può fare? Potrebbe essere una buona idea quella di farci consigliare da commercialisti capaci, scegliendone uno che conosce approfonditamente il mondo dei trasporti. E se non riusciamo ad individuarlo, proviamo a cercarlo all’interno delle associazioni di categoria. Affidiamo le nostre buste paga a chi le sa compilare, soprattutto nel rispetto del CCNL, concordiamo la condivisione dei contratti di secondo livello per gli straordinari, scegliamo di affidare le nostre controversie legali a chi le affronta da anni e infine percorriamo qualche chilometro per andare da casa alla nostra associazione di categoria, per frequentare corsi di formazione. E soprattutto: chiediamo aiuto prima di trovarci in seria difficoltà.
Tutto questo concedendoci il coraggio di affrontare le sfide. Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi fa dire a Don Abbondio, durante il colloquio con il cardinale Borromeo: “Il coraggio uno non se lo può dare”. Cambiamo la parola coraggio con la parola rispetto. Perché pretendiamo rispetto se non abbiamo il coraggio di chiederlo? Questo potrebbe essere un punto di partenza. Il rispetto è figlio di tante figure, come un album Panini (quello dei calciatori). Prima serve comperare l’album (il camion), poi acquistare le figurine (fare impresa, fare formazione ai dipendenti, frequentare la serietà ed avere un’etica), e infine ci si può proporre sul mercato seguendo le regole da noi stessi stabilite. Troppo spesso siamo visti come un costo da tagliare, un fastidio da risolvere, un ingombro sulla carreggiata; ma nessuno pensa che noi siamo coloro che “custodiscono” i prodotti che le aziende, al termine di un percorso altrettanto difficile e impegnativo, hanno creato. Se vogliamo invertire la rotta il primo impegno lo dobbiamo assumere con noi stessi. Investiamo in competenze, in sicurezza e salute e in qualità del lavoro: solo così potremo tracciare la strada verso un riconoscimento adeguato.
E poi, smettiamo di dar credito a quei colleghi che alimentano ad ogni occasione la litania del lamento; che ogni volta elencano ciò che ancora non è stato fatto, che ad ogni assemblea di federazione inveiscono contro il governo, le istituzioni, gli organi di polizia, i committenti, pensando che il tono che utilizzano nel proporre questi lamentele li renda autorevoli. Non ascoltiamoli più e non diamo più loro ragione: se ci iscriveremo a questo club saremo dei perdenti. Smettiamo di compiacerci nella retorica perché ci procura una scusa. Guardiamo chi è più bravo di noi, riconosciamogli uno status e cerchiamo di seguire la sua strada. Non copiandola, ma studiandola per adattarla al nostro modello di azienda.
Sollecitiamo le nostre Federazioni a riprendere i contatti con i referenti di Confindustria per dar seguito a quei dialoghi interrotti qualche anno fa a causa dell’abolizione (sic!) dei contratti collettivi (container, petrolifero, cemento etc.). Creiamo con i colleghi piccoli o grandi gruppi di “pensiero” che possano sviluppare progettualità, farci percorrere al meglio strade conosciute e invitarci ad intraprendere anche quelle ancora non esplorate, con l’obiettivo di rendere la qualità della nostra vita, e quella dei nostri autisti, adeguata all’impegno che ogni giorno versiamo copiosamente sull’altro piatto della bilancia. Ognuno abbia il coraggio di attuare anche delle piccole azioni che possano portare al raggiungimento delle tutele minime alle quali abbiamo deciso di non poter rinunciare. Formiamo assieme ai nostri committenti – ove possibile naturalmente – una cultura del lavoro; che può essere declinata in molti modi: riduzione concordata dei tempi di carico e scarico, tariffe non sempre ridotte all’osso, competitività di pari livello, riconoscimento della fatica e reciproca stima (scusate, mi è scappata un’utopia!). Le difficoltà di oggi sono strade in salita, ma alla fine ci sarà un piano e qualche discesa. Se ci mettiamo alla guida del cambiamento con il dovuto orgoglio, con tanta lungimiranza, molta passione e altrettanta pazienza riusciremo a governarlo. Ricordiamoci che il miglior prodotto del mondo non sarà riconosciuto tale se qualcuno non lo farà uscire dallo stabilimento per portarlo a destinazione. Buon viaggio.


