Nel commercio Italia-UK, 360 PAY indica in dogane più moderne e processi più snelli un passaggio decisivo per dare continuità alle filiere
Il commercio Italia-UK sta entrando in una fase di assestamento più ordinata, ma resta segnato da un assetto più complesso rispetto agli anni del mercato unico. A oltre cinque anni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, le procedure doganali continuano infatti a rappresentare un nodo centrale per la fluidità degli scambi. Secondo un’analisi di 360 PAY condotta su un campione di 5 mila imprese clienti, la Brexit ha esposto per la prima volta circa 150 mila imprese britanniche a pratiche doganali che, fino ad allora, erano rimaste sostanzialmente assenti nel quadro degli scambi intra-UE. Le attese iniziali parlavano di un aumento potenziale di 200 milioni di moduli doganali aggiuntivi nel Regno Unito, oltre a un numero simile nell’Unione Europea. Il quadro operativo si è però evoluto in modo più contenuto: oggi il Regno Unito gestisce circa 40 milioni di nuove dichiarazioni doganali legate al commercio con l’UE, con circa 4 mila operatori attivi. In questo scenario, l’Italia mantiene un ruolo di rilievo come ottavo mercato di importazione e undicesimo mercato di esportazione per il Regno Unito, mentre i flussi di merci tra i due Paesi hanno ritrovato una traiettoria di crescita stabile, sostenuta anche dalla domanda britannica di prodotti italiani, soprattutto nel comparto alimentare.
Rotte riorganizzate e spedizioni più concentrate
Nella prima fase successiva alla Brexit, diversi trasportatori europei hanno ridotto o sospeso le tratte verso il Regno Unito, privilegiando i percorsi intraeuropei, giudicati più prevedibili sul piano dei tempi di transito. Da allora la logistica ha avviato una riorganizzazione che ha favorito, tra l’altro, un maggiore ricorso all’intermodale e ai trailer non accompagnati, così da contenere i costi e il rischio legato alle attese in frontiera. Una delle trasformazioni più evidenti ha riguardato il groupage: prima della Brexit una spedizione media dall’Italia al Regno Unito era di circa 700 chilogrammi, mentre oggi si colloca più spesso attorno alle 3 tonnellate. La ragione è operativa oltre che economica, perché molte formalità e numerosi costi di intermediazione si applicano alla singola spedizione e non al peso complessivo della merce. Da qui la scelta di molti operatori di consolidare i carichi, ridurre il numero delle partenze e abbassare l’incidenza degli oneri amministrativi. Per il food & beverage, inoltre, la complessità resta più alta, soprattutto per i prodotti di origine animale, su cui incidono profilo di rischio, certificazioni sanitarie, oneri veterinari e gestione della temperatura controllata.
Il nodo delle semplificazioni doganali
Per 360 PAY, la competitività del commercio Italia-UK dipende sempre più dalla capacità di rendere la dogana un passaggio prevedibile, digitale e integrato nella catena logistica. Marco Alberti, CEO del Gruppo 360, osserva: “Era essenziale ridurre l’attrito doganale sulle rotte chiave e riportare continuità alle catene di fornitura”. E aggiunge: “La scelta è stata investire in competenze e soluzioni concrete: più opzioni di instradamento quando serve, ma soprattutto processi doganali moderni per rendere nuovamente affidabili i tempi”. Sulla stessa linea Robert Hardy, CEO di EORI Group, sottolinea: “Le dogane sono complesse e con il food & beverage lo diventano ancora di più a causa della deperibilità delle merci”. Poi conclude: “Servono modelli operativi aggiornati e semplificazioni reali, pensate per il RoRo e per la velocità del fresco”. Il punto, per le filiere tra Italia e Regno Unito, è quindi meno legato all’emergenza e più alla costruzione di una normalità operativa capace di assorbire controlli, tempi e adempimenti senza compromettere continuità e competitività.



