Secondo Confetra, la tassa e-commerce prevista dal 1° luglio 2026 può spostare le spedizioni verso altri hub Ue, con minori controlli sulle merci e un beneficio fiscale limitato
La tassa e-commerce introdotta dalla Legge di Bilancio e in vigore dal 1° luglio 2026 rischia, secondo Confetra, di produrre un effetto opposto a quello atteso: meno merci sdoganate in Italia, spostamento dei flussi verso altri Paesi europei e un ritorno fiscale giudicato modesto rispetto ai costi per il sistema logistico nazionale. L’allarme è stato rilanciato a Roma, il 21 maggio 2026, durante gli Stati Generali delle Dogane. Al centro dell’analisi della Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica c’è il nuovo prelievo da 2 euro sulle spedizioni internazionali legate all’e-commerce. “Quando si introducono misure unilaterali su fenomeni globali – ha spiegato il Direttore Generale Andrea Cappa – il rischio concreto è quello di spostare i traffici altrove, senza raggiungere gli obiettivi dichiarati”. Per Confetra, in un mercato logistico europeo ormai integrato, un aumento dei costi localizzato sull’Italia può spingere i grandi corrieri a riorganizzare le rotte, trasferendo i voli cargo verso Germania, Belgio o Olanda e facendo poi arrivare le merci sul territorio italiano via camion.
Le stime sui ricavi e i due scenari
Secondo la relazione tecnica della norma, la tassa e-commerce dovrebbe generare 122,5 milioni di euro nel 2026 e 245 milioni l’anno dal 2027. Confetra, però, mette in discussione queste previsioni alla luce delle misure europee in arrivo nei mesi successivi. Da luglio scatterà infatti anche un dazio Ue da 3 euro per spedizione, del quale il 25% resterà allo Stato in cui avviene lo sdoganamento; da novembre è inoltre prevista una handling fee europea. Su questa base, l’associazione ha elaborato due ipotesi per il periodo luglio-novembre 2026. Nel primo scenario, con la tassa e-commerce italiana confermata, il Paese perderebbe il 50% dei traffici, come già avvenuto, secondo Confetra, nei primi due mesi del 2026 prima del rinvio della misura. In questo caso, l’incasso complessivo sarebbe di 70 milioni di euro, di cui 51 milioni legati alla sola imposta nazionale. Nel secondo scenario, senza il tributo interno ma con il pieno recupero dei flussi, l’Italia incasserebbe 38 milioni di euro soltanto dai dazi europei. “Tra i due scenari – prosegue Cappa – ballano appena 32 milioni di euro in cinque mesi. Un vantaggio economico minimo per lo Stato, a fronte del rischio enorme di perdere clienti che non torneranno mai più indietro”.
Sicurezza delle merci e competitività degli scali
Per Confetra, il nodo non riguarda soltanto il gettito. Se le spedizioni destinate al mercato italiano atterrano e vengono sdoganate in altri Paesi Ue per evitare la tassa e-commerce, l’Italia perde anche la possibilità di effettuare direttamente i controlli fisici sulle merci in ingresso. Questo, secondo la Confederazione, ridurrebbe la capacità di monitorare i flussi e inciderebbe sulla tutela del mercato interno. Il quadro, aggiunge l’associazione, può peggiorare ulteriormente perché il prelievo nazionale non cesserebbe con l’arrivo delle misure europee di novembre, ma si sommerebbe a esse. “Il problema non è solo finanziario: se le merci destinate all’Italia atterrano e vengono sdoganate in altri Paesi europei per evitare la tassa italiana, il nostro Paese perde il potere di controllarle fisicamente”. Da qui la richiesta finale di Confetra: ritirare la misura e puntare su un coordinamento a livello europeo. “Per questo – conclude Cappa – chiediamo un passo indietro e un approccio coordinato. Senza un’armonizzazione a livello UE, ogni tassa nazionale si trasforma solo in un regalo competitivo ai nostri vicini europei”.


