La crisi Volkswagen entra nel vivo a Wolfsburg: sul tavolo del board ci sono chiusure di fabbriche, fino a 100 mila posti di lavoro in meno e il confronto con i sindacati
La crisi Volkswagen affronta uno dei suoi passaggi più delicati nella riunione del consiglio di sorveglianza convocata a Wolfsburg, dove il gruppo è chiamato a valutare un piano di ristrutturazione di portata eccezionale. Secondo quanto emerso, l’ipotesi allo studio prevede la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi e fino a 100 mila esuberi, quasi il doppio rispetto alle riduzioni già messe in conto. Il confronto arriva in una fase di forte pressione per la casa automobilistica: incidono gli alti costi industriali in Germania, la capacità produttiva in eccesso, l’avanzata dei costruttori cinesi e i dazi statunitensi sulle importazioni. Per il gruppo guidato da Oliver Blume, che comprende anche Audi e Porsche, la revisione del modello che ha sostenuto per anni la crescita appare ormai inevitabile. A rendere ancora più evidente la tensione è anche l’andamento del titolo: le azioni Volkswagen sono scese ai livelli più bassi dal luglio 2010, segnale di una sfiducia crescente del mercato sulla capacità del gruppo di assorbire l’urto senza interventi più profondi.
Impianti sotto osservazione e capacità in eccesso
Tra i siti indicati come potenzialmente coinvolti figurano Hanover, Emden, Zwickau e lo stabilimento Audi di Neckarsulm. Secondo Spiegel, che cita fonti del consiglio di sorveglianza, la produzione a Zwickau ed Emden potrebbe essere progressivamente interrotta nell’arco di cinque anni; Hanover seguirebbe nel 2032, mentre Neckarsulm nel 2034. A sostenere la necessità di un riassetto sono anche i dati sulla saturazione degli impianti. Le stime di Mobility Global visionate da Reuters indicano che le fabbriche automobilistiche tedesche del gruppo lavoreranno nel 2026 all’81% della capacità standard; la quota potrebbe scendere al 73% entro la fine del decennio, anche ipotizzando l’uscita di Osnabrueck dalla rete produttiva. Il dato più significativo riguarda Zwickau: oggi risulta il sito con il tasso di utilizzo più alto tra quelli a rischio, ma il livello è previsto in calo dall’88% del 2026 al 42% del 2030. In questo quadro, la crisi Volkswagen assume il profilo di un problema strutturale, non limitato ai margini o alla domanda di breve periodo.
La protesta dei lavoratori e il nodo politico-industriale
Mentre il board si riuniva, a Wolfsburg centinaia di lavoratori hanno manifestato con bandiere sindacali, fischietti e striscioni. IG Metall ha parlato di circa 400 partecipanti nella sola città e ha promosso mobilitazioni in una ventina di siti del gruppo in Germania. Christiane Benner, presidente del sindacato e vice presidente del consiglio di sorveglianza Volkswagen, ha affermato: “Questo è un messaggio chiaro al board: Not on our watch!”. La dirigente ha aggiunto: “Nei momenti difficili restiamo uniti e chiediamo che il gruppo e la politica presentino idee e piani per garantire il pieno utilizzo dei nostri stabilimenti e proteggerci dalla concorrenza sleale”. L’azienda, attraverso un portavoce, ha spiegato di condividere le preoccupazioni dei dipendenti sul futuro, ma di voler ridurre la complessità interna e concentrare gli investimenti sulla tecnologia.


