Economia del Mare 2026 riunisce a Genova istituzioni, imprese e operatori per discutere di economia del mare, infrastrutture, sicurezza, transizione energetica e ruolo strategico della Liguria nel Mediterraneo
L’edizione 2026 di Economia del Mare si è aperta il 2 luglio a Genova, a Palazzo Ducale, con un programma concentrato su portualità, logistica, nautica, sicurezza della navigazione, rinnovabili offshore, digitalizzazione e infrastrutture sottomarine. Al centro del confronto, dunque, l’economia del mare come leva industriale e strategica, in una fase segnata da tensioni geopolitiche, ridefinizione delle rotte commerciali e crescente centralità del Mediterraneo. La mattinata ha riunito esponenti delle istituzioni, del sistema produttivo e dei servizi marittimi, con interventi dedicati al Patto per il Mediterraneo, al Piano del Mare 2026-2028, alla resilienza della nautica italiana e alle prospettive del trasporto merci integrato tra acqua, gomma e ferro.

In apertura, il presidente della Regione Liguria Marco Bucci ha indicato nel sistema ligure uno snodo destinato a rafforzarsi nei traffici internazionali. “La Liguria deve farsi promotrice del cambiamento e guidarlo”, ha affermato, aggiungendo che “il Mediterraneo è sempre più centrale” e che la regione, con Genova, Savona, Vado, La Spezia e Imperia, “ha tutte le caratteristiche per confermarsi come gateway del Sud Europa”. Nello stesso passaggio, Bucci ha richiamato il ruolo delle nuove infrastrutture, sostenendo che potranno aumentare la capacità del sistema portuale e ampliare il raggio dei mercati serviti. L’economia del mare, in questa cornice, non viene letta solo come somma di porti e traffici, ma come un insieme articolato di industria, servizi, turismo, innovazione e connessioni internazionali.
Il peso economico del mare tra Italia ed Europa
Nel corso dei lavori sono emersi alcuni indicatori che definiscono la dimensione del comparto. Secondo i dati richiamati durante l’evento, il 74% del commercio estero dell’Unione europea passa dal mare, mentre il 99% del traffico internet globale viaggia su cavi sottomarini; inoltre, la blue economy genera in Europa circa 5 milioni di posti di lavoro. Mario Zanetti, special advisor di Confindustria per l’Economia del mare, ha ricordato che “La Blue Economy vale l’11,3% del Pil nazionale”, sottolineando anche che attraverso il Mediterraneo transita il 27% delle rotte strategiche mondiali, il 65% degli approvvigionamenti energetici europei e il 35% del traffico globale di greggio. È un quadro che restituisce il peso strutturale dell’economia del mare nella politica industriale italiana. Su questo punto si è soffermato anche Piero Formenti, presidente di Confindustria Nautica: “Oggi parlare di economia del mare significa parlare di politica industriale”. Formenti ha poi richiamato i numeri della filiera nautica, che esporta circa il 90% della produzione, genera oltre 13 miliardi di euro di valore aggiunto e quasi 168 mila occupati, con la Liguria indicata come uno dei poli industriali di riferimento. Anche dal fronte europeo è arrivato un richiamo alla rilevanza del Mediterraneo. La commissaria Ue per il Mediterraneo Dubravka Šuica ha osservato che il bacino, pur coprendo meno dell’1% della superficie acquatica del pianeta, “genera un valore economico di circa 400 miliardi di euro all’anno”. Nelle diverse letture emerse a Genova, l’economia del mare appare quindi come una filiera estesa, nella quale commercio, manifattura, sicurezza, connettività, energia e ricerca si tengono insieme.

Porti, competenze, sostenibilità e governance
L’altro asse del confronto ha riguardato le condizioni necessarie per consolidare la competitività del sistema marittimo italiano. Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, ha rimarcato che “Il mare è tornato protagonista delle nostre agende”, ma ha richiamato anche un nodo occupazionale preciso: “mancano decine decine di migliaia di abilità professionali, diplomati e laureati che potrebbero trovare lavoro in un settore che ancora viene guardato con una certa diffidenza”. Il riferimento è alla disponibilità di competenze tecniche e specialistiche, ritenute decisive per sostenere la crescita dell’economia del mare.

Sul versante normativo e infrastrutturale, Edoardo Rixi ha indicato la necessità di correggere il disegno di legge sulla governance portuale nel passaggio parlamentare, per migliorarne l’efficacia, e ha contestato inoltre l’impostazione dell’Ets marittimo, definito “una barriera verso l’Europa, una barriera inspiegabile”. Per il viceministro, il rischio è che l’aumento dei costi penalizzi i porti italiani e mediterranei, favorendo altri scali. Dalla prospettiva europea, invece, Šuica ha ribadito che la decarbonizzazione resta un passaggio necessario e ha ricordato il lavoro in corso con porti e istituzioni per ridurre l’impatto ambientale della navigazione. Il programma della giornata ha riflesso queste stesse priorità, distribuendo il confronto su sicurezza nella navigazione, industria nautica, investimenti nelle rinnovabili offshore, trasporto merci integrato, trasformazione digitale e innovazione tecnologica sotto la superficie del mare. Ne emerge una linea chiara: l’economia del mare viene ormai considerata un ambito nel quale si misurano insieme capacità industriale, tenuta logistica, visione geopolitica e qualità della governance pubblica.


