La crisi energetica innescata dalla nuova escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran riaccende la pressione sullo Stretto di Hormuz e sull’intero sistema logistico globale. Un passaggio strategico – snodo per oltre 10 milioni di barili di petrolio al giorno e per circa un quinto dell’export mondiale di GNL – che torna al centro di una fase di instabilità profonda, con riflessi immediati su export, rotte e prezzi carburanti. Valentina Mellano, CEO di Nord Ovest, descrive un quadro di forte incertezza operativa: «Ci ritroviamo nella stessa condizione vissuta all’inizio della crisi mediorientale. L’escalation tra Stati Uniti e Iran e le tensioni che coinvolgono anche gli Emirati sta compromettendo la sicurezza dell’intera area». Il segnale, spiega, è chiaro: «Quando uno degli hub aeroportuali più importanti al mondo come Dubai viene chiuso per ragioni di sicurezza, significa che il sistema logistico regionale è entrato in una fase di instabilità profonda».
Rotte deviate, transiti sospesi, export rallentato
Secondo Mellano, la crisi energetica si traduce già in scelte operative concrete da parte dei carrier: «In questo contesto è prevedibile che, come già accaduto nei mesi scorsi, i carrier sospendano progressivamente i transiti più esposti, come il Canale di Suez, lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso, con un impatto immediato sulle scelte di rotta». Le comunicazioni ricevute dagli operatori sono numerose e frammentarie: «Stiamo ricevendo decine di circolari con stop ai booking per le aree colpite (lato est dell’Arabia, Emirati, Kuwait, Qatar), ma la situazione è tutt’altro che chiara». Dopo mesi di parziale normalizzazione via Suez, il quadro è nuovamente cambiato. «Negli ultimi mesi avevamo registrato i primi segnali di normalizzazione dei transiti via Suez, con un progressivo ritorno delle navi sulle rotte tradizionali. Oggi ci troviamo nuovamente di fronte a un’inversione di tendenza e molte compagnie stanno scegliendo in queste ore la rotta del Capo di Buona Speranza, con un allungamento significativo dei tempi di navigazione. È un segnale molto chiaro: la percezione del rischio è tornata su livelli incompatibili con una navigazione ordinaria». Il traffico nello Stretto di Hormuz, precisa la CEO di Nord Ovest, «pur non formalmente bloccato, è di fatto bloccato perchè non ci sono i presupposti di sicurezza per la navigazione». E aggiunge: «Gli attacchi alle petroliere e la sospensione di numerosi servizi stanno generando un effetto paralisi su uno snodo da cui transita una quota cruciale dell’energia mondiale». Le conseguenze sui flussi commerciali sono immediate: «Allungamento dei tempi di transito, aumento dei costi di nolo e delle coperture assicurative, congestione nei porti di trasbordo e riprogrammazione delle catene di approvvigionamento». Per l’export italiano ed europeo, avverte Mellano, «l’effetto è duplice: da un lato tempi di consegna più lunghi verso Asia e Medio Oriente, dall’altro il rischio di tensioni sui costi energetici e sulle materie prime, con ripercussioni a catena sulla pianificazione industriale». Se la situazione non rientrerà rapidamente, «il rischio è un nuovo shock logistico».
Prezzi carburanti e timori di speculazioni
La crisi energetica si riflette anche sui mercati petroliferi e sui prezzi carburanti. Christian Dolderer, Lead Research Analyst di Transporeon (parte di Trimble), evidenzia che «l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata nel fine settimana, ha generato un immediato shock sui mercati energetici globali» . Con Hormuz sotto blocco, sottolinea, «i mercati europei dei carburanti si preparano a subire una forte pressione sui costi» . All’apertura delle contrattazioni «il Brent ha registrato un balzo del 10-12%, superando temporaneamente la soglia degli 80 dollari al barile» . Dolderer richiama l’attenzione sulla particolare vulnerabilità del diesel: «Come è noto, il mercato del diesel è particolarmente esposto agli shock geopolitici: i prezzi reagiscono rapidamente alle notizie negative, mentre il riassorbimento delle tensioni si riflette in cali molto più graduali» . Lo scenario ipotizzato dagli operatori è quello di «un greggio in avvicinamento ai 100 dollari al barile» , con possibili aumenti «nell’ordine di 0,12-0,15 euro al litro» per la materia prima e rincari «compresi tra 0,20 e 0,30 euro al litro nell’arco di poche settimane» . Sul fronte della rappresentanza delle imprese di autotrasporto, FAI-Conftrasporto richiama alla prudenza. «Le tensioni in Medio Oriente sono un fatto grave e nessuno intende sottovalutare i rischi e le possibili ripercussioni sui mercati energetici. Ma questo non può e non deve diventare il pretesto per aumenti ingiustificati dei prezzi dei carburanti» afferma il presidente Paolo Uggè . Il numero uno di FAI segnala che «fin da ieri si è iniziato a parlare di carenze già in atto e, in alcuni casi, si sono subito riversati sui listini rialzi preventivi. Il differenziale di prezzo del petrolio è raddoppiato rispetto a poche settimane fa. Sono meccanismi che possono aprire la strada a dinamiche speculative» . Da qui l’invito alla vigilanza: «Su questo la FAI è chiara: la vigilanza sarà massima. Invitiamo le nostre realtà territoriali e le imprese a segnalarci tempestivamente eventuali anomalie. Se fondate e documentate, saranno immediatamente trasmesse alle Autorità competenti per le opportune verifiche» . In un quadro di crisi energetica che intreccia geopolitica, logistica e prezzi carburanti, la variabile tempo diventa decisiva. Rotte più lunghe, costi più elevati, pianificazioni industriali da rivedere: l’asse di Hormuz torna così a incidere direttamente sulla competitività dell’export europeo e sulla tenuta dell’intera supply chain.
Conftrasporto: l’allarme del presidente Pasquale Russo sugli effetti della crisi
Anche Conftrasporto lancia l’allarme sugli effetti economici della crisi in Medio Oriente sul sistema logistico internazionale. Secondo il presidente Pasquale Russo, l’escalation del conflitto e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno già provocando un aumento dei costi energetici e rallentamenti nelle rotte marittime, con ripercussioni dirette sulle imprese di trasporto e sull’intera filiera produttiva. Il rischio, sottolinea l’associazione, è che eventuali nuovi blocchi nel Canale di Suez costringano le navi a circumnavigare l’Africa, con tempi di viaggio più lunghi e costi operativi in crescita. Russo evidenzia inoltre l’aumento del prezzo del petrolio, salito del 17% dall’inizio di marzo, e la forte esposizione energetica dell’Italia, che importa circa il 30% del GNL dall’area mediorientale. Per questo Conftrasporto chiede un intervento immediato dell’Unione europea e del governo italiano, a partire dalla sospensione del sistema ETS per il settore dei trasporti e dall’introduzione di misure straordinarie a sostegno della logistica.



