Space Logistic, quella visione umanistica che mette a posto ogni tassello

Transizione, ESG, carenza di autisti, managerializzazione: le sfide che interessano oggi il nostro settore sono molteplici. Eppure forse la chiave universale, il passe-partout che apre tutte le porte, o quanto meno che unge a dovere gli ingranaggi per rendere più scorrevole il passaggio esiste. Sì, la visione che fa davvero la differenza ad ogni livello è mettere al centro dell’attività di impresa le persone: si parte da lì. Mantenere la rotta non è semplice perché la dura legge dei numeri porta l’imprenditore, spesso, a deviare, eppure non c’è altro modo per armonizzare attività complesse come quelle del trasporto e della logistica. L’uomo al centro, in un moderno rinascimento che torna a costituire la base ideale per prosperare.

Perfetto interprete di questa visione Massimo Tona, oggi amministratore delegato di Space Logistic, con un passato ventennale all’interno di una grande multinazionale all’interno della quale, avendo ricoperto diversi ruoli dirigenziali, ha imparato tutto, o quasi, di questo settore così difficile da interpretare. L’idea è di intervistarlo sul noleggio di semirimorchi, visto che dall’inizio della sua attività, la Space Logistic ha scelto la formula di TIP, e oggi tutti i veicoli trainati della flotta provengono dal team capitanato in Italia da Giorgio Noce. Ma presto capiamo che aver scelto il noleggio è solo l’ennesima declinazione di un approccio rivolto al bene dell’azienda e ad una lucida strategia che suggerisce a Massimo quali siano i temi sui quali necessariamente l’azienda debba concentrare tempo e risorse, e quali invece sia ben più opportuno delegare. Ma con ordine.

Massimo Tona, partiamo dall’inizio della storia, e torniamo al 2017…

Sì, Space Logistic nasce nel 2017 su iniziativa mia e di altre persone con le quali lavoravo all’interno di una multinazionale del trasporto dove negli anni sono cresciuto professionalmente, passando dal reparto operativo a quello commerciale e finendo per occuparmi proprio dello sviluppo commerciale a livello strategico. Negli ultimi anni però avevo notato un’involuzione rispetto a quella che era la matrice dell’azienda, impostata inizialmente sulla baricentricità della persona e sul coinvolgimento e la cura delle risorse umane quale principio fondante del business. Con la crescita in termini di struttura, di fatturato e anche di copertura di territorio, ci siamo trovati a essere governati dai numeri. Ma quel pensiero fisso di voler tornare alle origini, di rirpovare, di scegliere le persone non mi abbandonava. E così ho preferito uscire dall’azienda e fondare Space Logistic. Siamo partiti in sette, tre in Italia e quattro in Slovenia, con una mission ben chiara: far sì che le nostre persone, i collaboratori, i dipendenti, avessero e mantenessero sempre una motivazione valida per venire a lavorare con noi.

Il principio è ammirevole, ma davvero state riuscendo a mantenere questa impostazione?

Non è semplice. Bisogna sempre perseguire questa idea: le persone, a tutti i livelli, vanno coinvolte costantemente su ogni decisione che l’azienda prende, o quasi in modo che tutti si sentano attori attivi e proattivi non solo quando c’è da festeggiare un successo, ma anche quando si tratta di capire il perché di un fallimento. Il risultato è ben spiegato dalla circostanza che due anni fa siamo stati premiati dal nostro primo cliente quale fornitore più innovativo: l’impatto ambientale, di cui tutti parlano, è solo una delle declinazioni del concetto di sostenibilità, che per noi ha un significato ben più ampio. Il problema che l’Italia, ma anche tutta l’Europa e il mondo in generale, deve affrontare e risolvere è trovare le persone, inserirle, renderle partecipi, far sì che abbiano uno scopo quando vengono a lavorare. Space Logistic ha un turnover pari a zero: questo non vuol dire che strapaghiamo le persone. Semplicemente noi ci prendiamo cura dei nostri collaboratori e loro si prendono cura insieme a noi della nostra azienda. Bisogna sempre ricordare che prima di un lavoratore, prima di un cliente, prima di un amministratore delegato, prima di un autista, senza distinzione, c’è una persona. 

Anche perché considerando le problematiche che esistono oggi, sia quanto al reperimento di figure professionali, ma anche spesso nei rapporti con le rappresentanze dei lavoratori, avere un rapporto di tipo collaborativo con i propri dipendenti può sistemare molti tasselli.

Sì, è un circolo virtuoso un po’ per tutti. Un rapporto pari, in cui si ha la medesima conoscenza e il medesimo accesso alle informazioni, a nostro avviso migliora di molto le performance. L’aspetto forse un po’ più complicato è di far convivere e coesistere la professionalità delle persone di esperienza con ragazzi più giovani, che hanno l’energia, la forza e anche quella sana incoscienza nel proporre approcci differenti. Lo scorso anno abbiamo intrapreso un percorso di re-branding aziendale e la società che ha curato il progetto, la H Farm, ha svolto diversi test e colloqui per verificare se le persone stavano veramente bene da noi oppure era una nostra impressione. Devo dire che il riscontro che abbiamo ottenuto è per noi un motivo di grande orgoglio.

Avete avuto o avete oggi difficoltà con l’esterno nell’affermare questa vostra visione?

Quando siamo partiti abbiamo spiegato il nostro modello di business agli istituti di credito. Non ci vedevano di buon occhio, in quanto fautori della necessità di capitalizzare e di investire in asset. La nostra idea però è sempre stata quella di identificare il nostro patrimonio con le persone che lavorano in azienda. Poi è successo l’imprevedibile: quando è arrivato il Covid Space Logistic, con la sua struttura snella e assolutamente non sbilanciata verso l’esterno è riuscita ad adattarsi al cambiamento con grande rapidità. Risultato: la fiducia nei confronti da parte delle banche è più che decuplicata. Alla fine anche loro, seppur non ammettendolo, hanno capito che questo modello di business ha la possibilità di attraversare indenne gli alti e i bassi dei cicli economici

Com’è organizzata oggi la Space Logistic?

Space Logistic in Italia è una SRL con tre uffici, uno a Treviso, uno a Torino e uno a Bologna. Abbiamo aperto tre società estere, in Slovenia, Romania e Spagna, e a settembre inaugureremo un ufficio a Milano. Quanto ai servizi, ci occupiamo di trasporto su gomma nazionale e internazionale e trasporto intermodale, soprattutto internazionale, ma anche di logistica: abbiamo 20 mila metri quadri di magazzino coperto tra Bologna, Salgareda e Ancona e stiamo avviando un ulteriore spazio in provincia di Verona. 

Trasporto intermodale, quali le difficoltà oggi?

Fino a qualche anno fa il trasporto intermodale costituiva il 70 per cento della nostra attività, oggi il rapporto con la strada si è invertito. Il motivo? Quando molti trasportatori hanno dirottato i servizi sull’intermodalità pura o sul servizio ferroviario, si è scoperto che la rete italiana, e soprattutto europea, non era assolutamente preparata per ricevere un incremento così importante di merce. Le tempistiche si sono spesso allungate a dismisura, soprattutto quelle relative alle soste nei porti e negli interporti e per forza di cose abbiamo dovuto rallentare e tornare alla strada, per continuare a soddisfare i nostri clienti. Rimaniamo convinti che l’intermodale debba essere la regola, soprattutto per tratte superiori a 500 km, ma in questo momento continua ad essere solo un’alternativa, e spesso neanche percorribile. Ci vorrebbe una rete ferroviaria evoluta che tutt’al più presenti le stesse problematiche dell’autostrada dove le peggiori condizioni di traffico allungano alla peggio i tempi di consegna di qualche ora, non di qualche giorno, come succede oggi con i treni.

Qual è la vostra struttura in termini di flotta?

Abbiamo fortemente voluto fin dall’inizio un’azienda che immatricolasse il minor numero di camion possibile, e abbiamo stretto collaborazioni con piccoli trasportatori che oggi sono al lavoro impegnati a trainare i nostri semirimorchi. Costa un po’ di più, però abbiamo la certezza di poterci concentrare su quello che è il nostro core business. Che non può e non deve essere cercare disperatamente autisti, o gestire le manutenzioni, ma dare soddisfazione al cliente. La nostra idea è stata quella di mettere a punto una rete di partner avvantaggiati dallo stesso trattamento economico dei nostri dipendenti, senza esserlo. In questo momento abbiamo in Italia 120 trazionisti con un contratto pluriennale, e all’estero un’altra ventina: di questi trasportatori una novantina si occupano di tratte domestiche e la rimanenza dell’internazionale, con un fatturato però omogeneamente distribuito tra i due ambiti. È una struttura che porta ad una conseguenza importante: l’azienda che cresce per nuove immatricolazioni ha un incremento del business proporzionale, mentre la nostra crescita è di tipo esponenziale. Una conferma: nella classifica 2023 delle prime 500 aziende della provincia di Treviso, ci sono cinque trasportatori (su 550 aziende impegnate in questo settore). Bene, le prime 4 sono aziende nate tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta. La quinta è Space Logistic.

Come rientra il noleggio nella vostra visione?

Abbiamo iniziato il rapporto con TIP da subito, sempre in omaggio all’idea di avere il minore numero di asset possibile, per poter investire le risorse economiche nel nostro core business. In definitiva avevamo solo bisogno dei contenitori per trasportare la merce, senza accollarci, ad esempio, il problema della manutenzione. TIP ha capito fin dai primi contatti che la nostra idea poteva essere diversa e probabilmente anche vincente nel medio e lungo termine, e ci hanno assecondato e accompagnato, nonostante fossimo ancora piccoli. Oggi, oltre a fornirci i veicoli e a gestire per noi le manutenzioni e lo scadenziario della documentazione, tengono anche aggiornato il parco mezzi e quando i rimorchi cominciano a essere vetusti sollecitano la sostituzione. Questo ci dà lo spazio e il tempo per concentrarci su quello che è il nostro lavoro, che non è sicuramente pensare ai semirimorchi. Quando parliamo con gli uomini TIP, con Giovanni Segotta, con Giorgio Noce, è come se fossero dei nostri. E considerando l’attenzione che, credo si sia infine capito, riserviamo ai rapporti umani, non potevamo chiedere di meglio.

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