Stretto di Hormuz al centro della crisi: il prezzo del petrolio sale dopo l’annuncio iraniano. La minaccia sullo Stretto di Hormuz riaccende tensioni energetiche e timori per l’economia globale.
Lo Stretto di Hormuz è tornato improvvisamente al centro della crisi energetica globale. Dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, definendone il transito “non sicuro” e invitando via radio le navi a non attraversare il corridoio tra Iran e Oman. Non un blocco navale formalizzato nel diritto internazionale, ma una misura sufficiente a rallentare il traffico marittimo. Almeno 150 petroliere risultano ferme nelle acque del Golfo Persico, mentre diverse compagnie, tra cui la tedesca Hapag-Lloyd e la danese Maersk, hanno sospeso i passaggi nell’area. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto: un collo di bottiglia energetico da cui dipendono Arabia Saudita, Emirati, Iraq, Qatar e lo stesso Iran. Il solo annuncio ha fatto balzare il prezzo del petrolio negli scambi over the counter fino a quota 80 dollari al barile, con attese di ulteriori rialzi alla riapertura dei mercati asiatici ed europei.
Prezzo del petrolio e rischio inflazione
Il prezzo del petrolio incorpora ora un premio di guerra crescente. Prima dell’escalation, il Brent oscillava attorno ai 72–73 dollari; gli analisti stimano che una riduzione anche parziale dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz possa spingere rapidamente le quotazioni verso 85 dollari, con scenari oltre i 100 in caso di blocco prolungato. Ogni calo dell’offerta globale dell’1% può tradursi in un aumento dei prezzi di circa il 4%. Il meccanismo è noto: meno barili disponibili, prezzi più alti; prezzi più alti, carburanti e bollette più care; bollette più care, nuova pressione inflazionistica. L’Asia, destinataria di oltre l’80% dei flussi in transito, appare l’area più esposta, ma l’effetto domino coinvolgerebbe anche Unione europea e Stati Uniti, dove un rialzo della benzina inciderebbe sui consumi e sulle scelte di politica monetaria.
Opec+, rotte alternative e impatto globale
I Paesi dell’Opec+ – tra cui Arabia Saudita, Iraq, Emirati, Kuwait e Russia – hanno annunciato un aumento produttivo di oltre 200mila barili al giorno. Un segnale, ma non una soluzione: con lo Stretto di Hormuz sotto minaccia, anche il greggio aggiuntivo rischia di restare bloccato. Esistono oleodotti alternativi verso il Mar Rosso o l’Oceano Indiano, ma la capacità complessiva è limitata rispetto ai circa 20 milioni di barili che transitano quotidianamente nello stretto. Per l’Iran, che esporta circa 3,3 milioni di barili al giorno in larga parte verso la Cina, una chiusura prolungata sarebbe costosa quanto per i clienti. Molto dipenderà dalle prossime 48 ore: continuità della minaccia, eventuali azioni militari, reazione dei mercati. In gioco non c’è solo il prezzo del petrolio, ma l’equilibrio dell’economia globale.



