La crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele mantiene sotto pressione petrolio e gas naturale liquefatto, mentre lo Stretto di Hormuz resta di fatto paralizzato e i mercati iniziano a misurare il rischio di una lunga interruzione delle forniture
Il mercato di petrolio e gas naturale liquefatto si trova già in uno scenario estremo, anche se non ancora nel peggiore possibile. A un mese dagli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il punto decisivo resta lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui normalmente transita circa un quinto dei flussi mondiali di greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto. Oggi quel corridoio marittimo è, di fatto, inaccessibile alla gran parte delle navi, con effetti che stanno comprimendo l’offerta e accrescendo la vulnerabilità dei mercati energetici. In questo quadro, l’eventuale successo militare occidentale contro Teheran pesa meno della capacità iraniana di continuare a minacciare traffici, terminali e infrastrutture nel Golfo. Il rischio, dunque, non riguarda solo il campo militare, ma l’impatto sistemico su petrolio e LNG (Liquefied Natural Gas), due mercati che restano esposti a un’interruzione prolungata delle forniture.
Prezzi e forniture sotto pressione
I segnali di tensione sono già evidenti nei prezzi. Il Brent ha aperto la seduta asiatica di lunedì in rialzo del 2,7%, a circa 115,55 dollari al barile, contro i 112,57 dollari del 27 marzo, accumulando un progresso del 59% rispetto ai 72,48 dollari del 27 febbraio, vigilia dell’attacco aereo contro l’Iran. Ma è soprattutto il mercato fisico asiatico dei carburanti a mostrare la portata della crisi: il jet fuel a Singapore è salito a 222,77 dollari al barile, vicino al record di 227,98 toccato il 23 marzo, e più che raddoppiato rispetto ai 93,45 dollari di fine febbraio. Anche il gasolio è quasi raddoppiato, mentre la benzina ha registrato un rialzo del 65%. La spiegazione è diretta: le raffinerie asiatiche cercano greggio alternativo per mantenere la produzione, mentre paesi importatori come Australia e Indonesia accelerano gli acquisti per mettere in sicurezza le scorte. Poiché circa l’80% del greggio e dei prodotti che attraversano Hormuz è destinato all’Asia, è lì che la crisi colpisce per prima. Ma la pressione, inevitabilmente, è destinata a estendersi oltre la regione.
Lo scenario peggiore che i mercati non scontano ancora
Secondo questa lettura, il vero salto di rischio si avrebbe con un’ulteriore escalation militare, in particolare se Washington decidesse di impiegare forze di terra per conquistare e presidiare aree controllate dall’Iran, come il terminal petrolifero di Kharg Island o le piccole isole nello Stretto di Hormuz. In una simile ipotesi, Teheran potrebbe reagire colpendo in modo più ampio infrastrutture energetiche nel Golfo — oleodotti, raffinerie, impianti di lavorazione, terminal di esportazione — trasformando l’attuale crisi in uno shock globale di petrolio e LNG. Il mercato, per ora, continua a scommettere almeno in parte su una de-escalation e su un ritorno graduale dei flussi. Tuttavia, la perdita effettiva di volumi è già enorme: dei circa 19 milioni di barili al giorno che transitavano da Hormuz negli ultimi mesi, oggi ne passa soltanto una quota minima. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno aumentato le spedizioni da rotte alternative, ma questo non basta a compensare la sottrazione di oltre il 10% dell’offerta mondiale di greggio e prodotti. Se poi il conflitto dovesse allargarsi anche al Bab el-Mandeb, con il coinvolgimento degli Houthi yemeniti, le esportazioni saudite verso l’Asia diventerebbero ancora più costose e lente. È questo il punto che i mercati di petrolio e LNG non hanno ancora pienamente incorporato.



