Molteni: associazioni di autotrasportatori, insostituibili, ma da ripensare

18 Marzo 2026
4 mins read

L’IMPRESA QUOTIDIANA di Carlo Molteni, imprenditore

Li ricordo ancora quei tre gradini. Si curavano di accompagnare le persone da un piano all’altro. Era il periodo in cui stavo iniziando a frequentare la cultura imprenditoriale, ma ancora non sapevo quanto ne avrei beneficiato. Quei tre gradini collegavano due stanze della associazione trasportatori alla quale avevo deciso di iscrivermi. Così, senza suggerimento alcuno. Mi parve semplicemente una buona idea. E tale in seguito si rivelò. Mi è risultato utile per iniziare a conoscere il mio mestiere; ho incontrato imprenditori avveduti e capaci (a dire il vero anche qualche sprovveduto) e ho imparato da loro in silenzio, cercando di emulare le loro visioni. Ho seguito corsi volti a formare imprenditori ai quali mi sono dedicato con tutte le mie forze, avvertendo che la strada che avevo iniziato a percorrere era quella giusta. Qualche anno è passato, ma ancora oggi è forte la mia convinzione: nessun cammino può essere intrapreso se non si frequenta un’associazione di categoria, l’importante è che essa sia animata da spirito costruttivo e dotata della capacità di leggere gli scenari del momento e prevedere quelli futuri.

Nel nostro settore la funzione delle associazioni nel tempo è radicalmente cambiata. A cavallo degli anni ’90 occorreva parlare alla pancia degli autotrasportatori, e quindi convocare assemblee affollate e rumorose per convincere la categoria ad utilizzare il blocco dei servizi come arma di ricatto nei confronti del governo per ottenere rispetto, legalità e benefici economici. Ricordo i blocchi stradali, le manifestazioni di piazza e le azioni violente tipiche di quegli anni. E lì c’era bisogno di capipopolo, agitatori di mestiere, Masaniello con il volante in mano. Questo era il clima e tutti, chi più, chi meno, si adattavano, con la speranza di ottenere qualcosa alla fine delle agitazioni. Poi i tempi sono cambiati e le associazioni hanno mutato comportamento e visione verso una nuova politica più dialogante e meno barricadera. Ma quanto di questo cambiamento è condiviso dagli iscritti e quanto governato da una ristretta oligarchia? Liberiamo innanzitutto il campo da inutili nostalgie: siamo qui per una riflessione comune. Anche se, a mio parere, la nostalgia può in un certo senso essere considerata una risorsa. Andrebbe ascoltata, sorvegliata e incanalata. Utilizzarne l’emozione che ne scaturisce per ideare, rinnovare e continuare a crescere. Chiamiamola “nostalgia da impostazione”. 

Ho sempre visto il mondo associativo come un ambiente all’interno del quale aiutarsi, comunicare, avere una memoria comune e quindi imparare dall’esperienza, acquisire informazioni e sviluppare comportamenti inediti, ma anche pratiche da trasmettere da una generazione all’altra, in un continuo autodromo di sviluppo sociale ed economico. Ma quanto il mondo associativo di oggi corrisponde a questa visione ideale? Esistono temi sui quali occorre riflettere. La frammentazione innanzitutto, e faccio subito riferimento all’ultimo rinnovo del CCNL: fanno impressione le firme apposte dalle varie federazioni. Tante, troppe. Le strade sono due: o rivediamo il criterio con il quale fino ad oggi abbiamo misurato la rappresentanza sul territorio, oppure continuiamo a distorcere il principio di democrazia rappresentativa lasciando al loro posto coloro che rappresentano più se stessi che un territorio. Immaginando tra l’altro quanto possa essere difficile, anche per il Ministero, comprendere la capacità aggregativa di ogni sigla, quando molte di esse spesso sono lì al posto di un microcosmo: mediare tra le diverse esigenze in un ambiente così frammentato crea più danni che benefici perché cercando di accontentare tutti si sprecano tempo ed energie che potrebbero essere dirottate verso altri obiettivi. 

C’è poi la grande differenza tra piccole e medie aziende, e qui il tema diventa spinoso. Deve avere più peso un’organizzazione che rappresenta poche aziende con un parco totale di 10.000 veicoli oppure le associazioni che rappresentano 10.000 aziende con un veicolo a testa? Le aziende di grandi dimensioni hanno visione, sviluppano rapporti, curano etica e sostenibilità e dispongono di potere contrattuale; le micro imprese sono famiglie, salari da corrispondere, finanziamenti da rispettare e tanta passione. Ancora, consideriamo l’elemento del rischio di un’eccessiva distanza tra base e associati. Esiste. Perché le associazioni negli anni si sono trasformate in fornitori di servizi: pedaggi autostradali, fornitura di carburanti, broker assicurativi, servizi legali, ed è passata nel cono d’ombra la loro principale funzione: fare cultura di impresa.

Insegnare cioè ai propri associati come diventare imprenditori, come affrontare le sfide quotidiane con professionalità. In breve, hanno smesso di “fare scuola”. Tutto questo si è perso per varie ragioni. Le strutture si sono ingrandite e vanno alimentate – giusto -, ma non vanno alimentate perché si sono ingrandite. Vediamo i loro profitti e questo dovrebbe bastare. Alcuni si lamentano poi della scarsa presenza di imprenditori ai posti di comando. Solo una associazione riconosciuta forte e potente negli anni ha sempre mantenuto al vertice grandi imprenditori, ma non basta. Per questo vediamo di buon occhio la confederazione diffusa che di recente ha eletto presidente un imprenditore, il quale è chiamato ad un lavoro di raccordo non indifferente per ricucire con la propria base un rapporto di fiducia. Così come è incomprensibile che al vertice di altre ci siano le stesse persone da 40 anni perché non sono riuscite a trovare eredi oppure non considerano nessuno all’altezza. È come se alla presidenza del Consiglio dei Ministri ci fosse stato dagli anni ’80 ad oggi Bettino Craxi.

Le associazioni di categoria sono insostituibili nel dialogo con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, così come nella partecipazione ai tavoli tecnici nella difesa della categoria sui temi, tra gli altri, delle accise, dei costi minimi, dei pedaggi, dei tempi di pagamento, dei valichi alpini. Svalutarne il ruolo sarebbe come non riconoscere lo straordinario risultato centrato con la concessione del fondo milionario per il rinnovo del parco veicolare. Tuttavia serve la presa di coscienza del fatto che gran parte della categoria (micro, piccole e alcune volte medio imprese) ha ancora bisogno di essere accompagnata verso i principali temi del prossimo futuro: digitalizzazione, sostenibilità, carburanti alternativi, aggregazione tra imprese, carenza di autisti. Mi piacerebbe che ogni associazione mettesse in cantiere incontri sul territorio con imprenditori per colmare la loro sete di conoscenza e supportare le loro decisioni su tematiche complesse. Incontri e non convegni dove, qualche volta, i relatori si specchiano nella loro competenza e ars oratoria, dove la presenza è più importante della sostanza e da dove spesso si esce con il rammarico di aver perso l’ennesima occasione. Ricordiamoci che gran parte della nostra categoria ha ancora bisogno di essere accompagnata, magari per mano. Altrimenti quei tre gradini non li salirà mai.

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