Carlo Molteni: autotrasporto, le tante vie d’uscita per evitare di farsi male

3 Giugno 2026
5 mins read

L’impresa quotidiana, di Carlo Molteni

Viviamo la nostra vita collezionando un desiderio dopo l’altro. Poi però non siamo capaci di riconoscere i nostri traguardi, considerandoli ogni volta nuovi punti di partenza. È successo a molti di noi, imprenditori del trasporto. Abbiamo comprato il primo camion con una passione simile all’innamoramento; credendoci poi capaci ed illuminati ogni volta che acquistavamo il successivo. E il pensiero correva già veloce al futuro: “Quando ne avrò dieci sì che potrò definirmi un vero imprenditore”. I dieci veicoli sono arrivati, quasi inosservati, distanti ed inefficaci, perché a quel punto l’obiettivo erano i venti, i trenta e così via. “Più veicoli possiedo più sarò riconosciuto dal mercato e mi sentirò appagato (il mio ego?)”. Poi però arrivano momenti come quello attuale: una crisi internazionale improvvisa, il costo del carburante alle stelle, normative stringenti, carenza di personale qualificato: l’ansia si impadronisce del nostro quotidiano. Cerchiamo di correre ai ripari in modo disarticolato ed istintivo facendo pressioni sul governo perché dia risposte sicure, corpose ed immediate. Ma così non può essere, la macchina ministeriale ha i suoi tempi: deve ascoltare, verificare, trovare risorse, emanare decreti legge e quelli attuativi. Ed allora ci accaniamo contro le federazioni di settore, rimproverandole di essere inette, inconsapevoli e troppo morbide nei confronti del governo. 

Oggi parleremo dell’uscita dal mercato di alcune imprese di autotrasporto. Sia ben chiaro: è lungi da noi la pretesa di declinare formule per specificare chi deve restare e chi lasciare (semmai questo lo può fare il Ministero dei Trasporti con l’aiuto dell’Albo), ma vogliamo far germogliare il dubbio in chi a determinate condizioni fatica ad andare avanti. Durante le chiacchierate con i colleghi dico spesso: “La passione non rientra nel conto economico o nello stato patrimoniale; non è sufficiente come garanzia da offrire agli istituti di credito quando si domanda un finanziamento per un nuovo trattore, un rimorchio o un’attrezzatura specifica”. “Sono tempi duri”, ci sentiamo dire. Non fatevi ingannare: sono i tempi che ci è stato dato in sorte di vivere, scanditi da variabili indipendenti dalla nostra volontà. Fattori esogeni che torneranno a ripresentarsi fra tre, cinque, dieci anni. Le difficoltà ogni tanto si concedono del riposo, ma solo per tornare più forti e selettive. Cari piccoli imprenditori, domandiamocelo insieme, vale ancora la pena mettere a rischio il proprio patrimonio personale (semmai siate riusciti ad accumularlo) e soprattutto la salute? Chi si occupa di trasporto, in qualsiasi declinazione, vive uno stato di tensione perenne. Forse riusciamo ad avere una tregua solo il sabato pomeriggio e la domenica mattina. Siamo costantemente in emergenza: un’attesa al carico, una distanza da percorrere, ore di guida e di riposo da rispettare, commesse che possono arrivare o meno in base alla concorrenza (leale o sleale, ma di questo abbiamo già parlato nello scorso numero). Siamo coraggiosi, spesso a nostra insaputa. Tuttavia il coraggio non basta più. Quello attuale è uno di quei momenti in cui occorre fermarsi nel pensiero e riflettere su quale futuro ci può attendere.

Abbiamo detto più volte su questo magazine: il mondo del trasporto è cambiato, si è evoluto e cerca di anticipare il futuro offrendo alla clientela servizi aggiuntivi, diversi dalla semplice movimentazione della merce da un punto A ad un punto B. Ma non tutti hanno potuto o voluto indirizzarsi verso questo cambiamento. Prima lo scenario era questo: ci si doveva alzare presto, scaldare i motori e farsi trovare pronti (magari per primi) ai punti di scarico. Poi le manutenzioni, le fatture da pagare, le rotture improvvise, il collega disonesto, il commercialista assillante. E il tempo non bastava mai. E le famiglie in secondo piano: “Non posso, non riesco, devo consegnare, domani rientro tardi (se rientro)”. E così via, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, senza soluzione di continuità. Ora abbiamo il costo carburante come incubo. Ma è l’incertezza strutturale sulla quale dobbiamo riflettere: i margini sono ridotti all’osso e le tariffe, nonostante i tentativi di adeguamento, faticano a coprire l’aumento dei costi. Andiamo in stampa senza sapere di preciso quali aiuti il governo ci riserverà. Promesse di incentivi, crediti d’imposta e ristori generici sono un miraggio. Miraggio perché pagano lo scotto di una burocrazia ministeriale, con applicazioni farraginose e portali a dir poco mal funzionanti. La mancanza di autisti non è una emergenza, è un mutamento socio-culturale verso il quale dobbiamo approcciarci in maniera sistematica. Rispetto ad altre attività imprenditoriali paghiamo lo scotto del one to one. Un autista, un camion; se manca chi lo guida, il camion rimane fermo e non porta ricavi. Non possiamo più pensarci come atleti che saltano da un veicolo all’altro per supplire (temporaneamente, pensiamo noi) all’assenza di personale. Se su cinque camion manca un autista, c’è un buco del 20 per cento del personale. Quale altra azienda manifatturiera o di servizi è allenata quotidianamente a questa emergenza? 

Permettetemi di rivolgermi direttamente ai miei colleghi. Non producete utili, la qualità della vostra vita è pessima e la vostra passione sta scemando? Vi state consumando, prima come persone e poi come imprenditori. Il peso delle responsabilità cresce ogni giorno e magari non godete del rispetto che pensate di meritare perché avete consegnato in tempo, con il prodotto giusto, nel posto giusto, in sicurezza e nel rispetto delle regole di guida e di riposo. Vi ritrovate? Bene, anzi, male. Ancora, se pensate ad una prospettiva per i prossimi cinque anni riuscite ad individuare dei possibili scenari che possano far svoltare il vostro business in maniera profittevole e duratura? La passione che vi ha portato fino a qui è rimasta inalterata o è diventata accanimento di passione? Sappiate che in futuro le aziende meglio strutturate occuperanno sempre più porzioni di mercato oggi ancora appannaggio dei più piccoli. Hanno più forza contrattuale, offrono più servizi e rispondono in tempo reale a tutta quella parte di obbligazioni (salute e sicurezza dei lavoratori, fornitura di documentazione e complessità progettuale) che i piccoli non riescono ad intercettare.

Possiamo pensare di uscire dal mercato? Si, è legittimo pensarlo, può essere il momento adatto. Partendo dal presupposto che chiudere non è una macchia nell’onore, ma può permettere di salvare il capitale, onorare gli impegni e aprire anche nuove possibilità, magari scegliendo di continuare alle dipendenze di un’azienda seria, strutturata e rispettosa della figura professionale di chi siede al volante. Non male come idea, vista la carenza di autisti. Il governo offre 15.000 euro ad ogni vettore monoveicolare in uscita. Lo so, sembra poco, ma se le federazioni ci lavorano si potrebbe alzare il rimborso, così da scrivere la parola fine con maggior serenità. E se proprio non vogliamo chiudere? Bisogna pensare ad aggregarsi. Facile da dire e difficile da attuare. Abbiamo visto le esperienze degli ultimi decenni. Ma se l’Albo (oppure un altro organo neutro), per ogni provincia e con tutta la riservatezza del caso, si mettesse a disposizione per raccogliere le richieste delle piccole aziende che vogliono provare a camminare insieme, forse allora potrebbe trasformare un desiderio privato in una utilità condivisa. E allora aver frenato per prendere uno svincolo “in uscita” sarà stato più saggio che accelerare per – con tutte le probabilità – andare a farsi male.

MAGAZINE

NEWSLETTER

Vaisu

Don't Miss

Peres, Palletways: uniti nel network per affrontare insieme le incertezze del presente

Un anno record il 2025 per Palletways Italia, figlio di

Molteni: associazioni di autotrasportatori, insostituibili, ma da ripensare

L’IMPRESA QUOTIDIANA di Carlo Molteni, imprenditore Li ricordo ancora quei