L’IMPRESA QUOTIDIANA di Carlo Molteni
Ma non è possibile! Quante volte abbiamo usato questa esclamazione per manifestare il nostro disagio nei confronti di un committente, nel momento in cui ci evidenziava che la quotazione della nostra azienda era alta paragonata a quella di un vettore concorrente. Reagiamo spesso con una rabbia che poi ci impedisce di analizzare due aspetti fondamentali: il primo, riconoscere se in effetti la nostra quotazione è fuori mercato, il secondo, capire se la tariffa del nostro concorrente è palesemente insostenibile dal punto di vista economico. Vogliamo parlare di concorrenza sleale.
Si potrebbe partire dalla definizione che ne dà il codice civile che all’art. 2598 comma 3) recita: “Compie atti di concorrenza sleale chiunque si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”. Ho chiesto ad imprenditori del settore, aziende committenti, professionisti e sindacato una definizione sul tema ed ognuno mi ha dato una interpretazione diversa e sotto diversi aspetti contrastante con le altre. Il tema è certamente complesso, ma di estremo interesse, e la sua comprensione richiede diverse capacità, e prima tra tutte quella di analisi economica delle potenzialità della nostra azienda. Che tradotto significa: sono sicuro dei miei costi? Sono sicuro di conoscere bene il mercato nel quale opero? La mia professionalità è all’altezza dei servizi richiesti? Quando troviamo pace dando una risposta a queste tre domande possiamo passare all’analisi dell’azienda che ha quotato fuori mercato. La conosciamo? Conosciamo la sua policy aziendale? Come è strutturata? Abbiamo letto i suoi ultimi bilanci? Si occupa di formazione? Ha una sede adeguata? Quant’è vecchio il suo parco circolante? Conosciamo la cultura imprenditoriale alla quale fa riferimento? Passate in rassegna tutte queste riflessioni possiamo dare sfogo alla nostra rabbia, se a quel punto sarà giustificata.
Paradossalmente la concorrenza sleale è un bene immateriale con molte facce. È in penombra, quasi oscura, ma i suoi effetti sono evidenti. Dicevamo che alcune imprese operano applicando tariffe impossibili. Cosa si nasconde dietro? Principalmente una compressione irregolare dei costi: salari bassi, contributi non pagati, inquadramento irregolare, mancato rispetto dei tempi di guida e di riposo. Orbene, posso capire che le micro, piccole e alcune volte medie imprese abbiano difficoltà a quantificare il costo del lavoro. Ma un parametro vogliamo averlo? Possiamo ricavare qualche dato medio? Può essere di aiuto una recente circolare del Ministero del Lavoro a tema “Costo medio orario per il personale addetto ai servizi di logistica, trasporto merci e spedizione” (dicembre 2025, fonte: www.lavoro.gov.it). Ogni azienda può ricercare la posizione più consona al proprio business. Faccio un esempio: per il personale viaggiante inquadrato nella categoria C3 (autotreno) il costo medio orario è di €/h 32,69, contratti di II° livello esclusi. Molto bene, un’idea l’abbiamo. Quello riferito agli autisti incide mediamente per oltre il 40 per cento dei costi aziendali, vogliamo aggiungerci il costo del gasolio che si può attestare, sempre mediamente, tra il 28 e il 32 per cento del totale? Et voilà, eccoci giunti con due passaggi ad identificare circa il 65 per cento dei costi di trasporto. Perché le aziende in difficoltà di elaborazione non pensano di prendere in esame queste macro valutazioni come punto di riferimento?

Parliamo ora di cabotaggio e società “fantasma”. Per cabotaggio si intende un trasporto effettuato illegalmente da vettori stranieri sul territorio italiano. Quanto dolore crea vedersi scippati il lavoro da chi utilizza aziende con sede in paesi con costi del lavoro più basso e con normative più leggere? Se a questo aggiungiamo appalti affidati ad intermediari che gestiscono diverse microimprese, iniziamo ad avere un quadro sul quale lavorare. Ma fino a qui niente di nuovo. A mio avviso è ora che la categoria si interroghi sulle condizioni illegali che un’impresa di trasporto sceglie di frequentare. Non è che questo non si sappia, ma è ora che la voce esca più forte e decisa dalla bocca delle aziende che scelgono di lavorare nella legalità. Parlo della manipolazione dei tachigrafi e delle violazioni sui tempi di guida e di riposo. Ma con quale coraggio un imprenditore si definisce tale se vive nell’illegalità, se costringe i suoi autisti a mettere in pericolo ogni giorno la patente, strumento indispensabile per il sostentamento delle loro famiglie?
Giungiamo infine alla formazione. Questa sconosciuta, mi verrebbe da dire. Quanto personale non è formato e informato, quanto personale a rischio incidente o peggio infortunio circola sulle nostre strade? Troppo. Quanti imprenditori hanno colloqui preassuntivi e si sentono dire “non ho nulla, non ho mai fatto corsi” o, peggio, “mi hanno detto firma qui”. La formazione è crescita, rispetto, dovere e diritto, non scordiamocelo mai. Un mio vecchio mentore, che ringrazio ancora oggi, mi insegnò questa frase nel lontano febbraio del 2006: “Devi dire ai tuoi autisti che le regole sulla sicurezza garantiscono soprattutto loro e ricordargli che il rispetto delle norme li fa arrivare sani al lavoro e sani li fa tornare alla sera dalle loro famiglie”. Chi vuole leggere della retorica lo faccia pure, ne ha il diritto, per me rimane paradigma. La concorrenza sleale distrugge valore, distrugge professionalità, colloca i clienti nel dubbio facendo loro pensare che chi chiede di più è perché vuole semplicemente profitti più alti, ci porta a dubitare sui futuri investimenti e crea disvalore sulla figura degli autisti (parlo di quelli non pagati correttamente).
Quali soluzioni concrete si possono attuare? Molteplici, mi verrebbe da dire. Proviamo a percorrere qualche strada alternativa Cominciamo dal parco circolante. Se una azienda fa concorrenza sleale riducendo i costi e azzerando gli investimenti ci sarà una ragione. Ho visto recentemente statistiche che indicano che più del 70 per cento del parco circolante supera i 10 anni. Perché non togliere dal 1° gennaio 2027 la possibilità del recupero accise anche ai veicoli euro 5? Contestualmente incentivando la sostituzione con contributi sicuri e facilmente esigibili? Il fondo da 590 milioni messo a disposizione per il rinnovo delle flotte 2027-2031 è in attesa di decreto attuativo, e a tal proposito confidiamo nel lavoro delle associazioni di categoria affinché il meccanismo di assegnazione accolga le istanze di rinnovamento con assegnazioni diverse rispetto all’attuale sistema del click day. Perché non ridurre la portata dei veicoli inferiori alla classificazione euro 6 (come hanno fatto in Francia ad esempio)? Perché non ripartire ancora meglio, a favore dei veicoli sostenibili, la percorribilità delle autostrade? Perché non prevedere, se la normativa europea lo consente, le revisioni dei veicoli, dei rimorchi e semirimorchi più recenti ogni due anni? Sulla manomissione dei tachigrafi a mio parere occorre una stretta. Ritengo che l’applicazione di una sanzione non sia più sufficiente: perché non prevedere in aggiunta un fermo amministrativo del veicolo per un periodo minimo di 30 giorni?
Sotto l’aspetto contributivo le soluzioni sono un po’ più complicate. Per i trasporti internazionali la comunità europea prevederà la possibilità da parte degli organi accertatori di verificare online la regolarità del contratto di lavoro dell’autista. In ogni caso l’Albo Trasportatori potrebbe iniziare una campagna pubblicitaria a sostegno della legalità. Nessuna norma può funzionare se non c’è cultura condivisa. Viene indiscutibilmente riconosciuta all’autotrasporto una funzione di pilastro dell’economia, ma questo riconoscimento ce lo dobbiamo meritare ogni giorno. Non dobbiamo pensare che la soluzione sia solo fare pulizia per generare un mercato più giusto e sicuro, nel rispetto reciproco delle aziende e dei ruoli. Infine perché non chiedere con forza la formazione di organi di polizia ad hoc per il mondo del trasporto. Professionisti del settore, padroni delle lingue e capaci di analizzare azienda, autista e veicolo in fase di accertamento. Dobbiamo lottare contro ala concorrenza sleale e dare valore a quella reale come stimolo ad accrescere la nostra professionalità, come aiuto ad uno studio più approfondito della nostra azienda, come implementazione di novità da poter offrire ai nostri committenti. E per far pace con la nostra rabbia.



